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note dal cinematografo

NOTE DAL CINEMATOGRAFO / Appunti scimmieschi attorno al cinema, i suoi posti.

The Fall

Nella notte nera di un bosco giallo, una banda mascherata fa cadere da un albero la sua preda. Gli invasati membri scattano una tetra fotografia di gruppo per celebrare il successo della caccia come fosse di una fiera—ma si tratta di un uomo. Il prigioniero, anch’egli mascherato, viene quindi gettato in un pozzo con un cappio al collo. Lo scorrere furioso della corda descrive con un lugubre sibilo l’interminabile discesa fino allo scomparire della cima nel silenzio. Ma l’uomo è vivo.
Aggrappato alle pareti rocciose nell’umida profondità si libera dalle costrizioni, non della maschera, e con ancestrale destrezza da free solo comincia la lunga, malagevole risalita.
Andato in onda sulla BBC non annunciato e senza crediti, The Fall sono sette fiabeschi minuti che crescono a ogni visione evocando sinistri presentimenti sul nostro mondo, su tutto quello che abbiamo visto o sentito negli ultimi anni, e sull’uomo che siamo diventati—la percezione del quale forse ancora ci sfugge.
Anthony Minghella disse che un cortometraggio dovrebbe essere una frase perfetta. The Fall è la risposta di Jonathan Glazer a quel commento.

 
—acJonathan Glazer, 2019
Ad Astra

È bella Ruth Negga più di chiunque, che rende interessante un melenso stereotipo e cammina con le mani in tasca. Sono folgoranti la cadenza e le maniere dell’ossessione secondo Tommy Lee Jones. È bello il titolo, latino e magnetico, e soprattutto il profumo della graziosa nonnina inghiottita dal sedile di fianco al mio.
Per il resto, i soldi del biglietto di Ad Astra sono spesi tanto male quanto una multa per divieto di sosta e recano il medesimo gusto rancido delle cose che andavano evitate.
Oltre all’inaudito e all’indecoroso, non so davvero cosa avessi in mente quando ho deciso all’ultimo di entrare in sala. Probabilmente niente, che è molto più di quello con cui sono uscito.

 
—acJames Gray, 2019
Bait

Bait è la sorpresa che chi ama il cinema va cercando e non si aspetta. È la sorpresa spero di ricevere io che sono andato a vederlo solo perché sulla locandina c’è un uomo con la barba come quelli che piacciono a me. Quelli che vivono perché hanno le mani grandi, la pancia di ferro e comodi stivali di gomma per camminare su superfici scivolose.
Martin pesca aragoste con una barca che non c’è più, in un luogo in cui il tempo sta minacciando l’identità di una generazione e il valore della sua eredità. È la Cornovaglia di oggi, stuprata e venduta ai villeggianti, che Mark Jenkin—lui stesso cornico e infuriato sulla questione—da solo scrive, dirige, fotografa, sviluppa, e virtuosamente monta. Ed è dietro al nostalgico formicolio dei sedici millimetri di una Bolex che combinando una bizzarra e tragicomica ironia alla genuinità persino ipnotica dei personaggi, da forma a una frustrazione personale e collettiva, e a un lavoro decisamente unico in tutti i sensi del termine.

 
—acMark Jenkin, 2019
Apocalypse Now

Mi piace che la sala sia piena e aver fatto la coda per il biglietto. Mi piace pensare che l’attempata coppia che faccio scomodare per raggiungere il mio posto possa averlo visto in una sala come questa quando uscì quarant’anni fa.
Leggo altro per guardare in basso e ascolto i due mangiare cose per evitare i trailer. Poi si abbassano le luci e nel bagliore minimo delle uscite di emergenza, Jim Morrison ci guida nella jungla psichedelica. This is the end.
In qualsiasi versione lo si veda Apocalypse Now è lo spettacolo cinematografico più maestoso che abbia mai visto. Unico e irripetibile nel senso più letterale, è un delirio che supera ogni immaginazione—non quella, evidentemente, del regista con la barba più fitta della storia dell’uomo.
Per quante volte posso averlo visto in passato, proiettato è un film nuovo la cui scala si fa tanto più manifesta da spiazzare e scuotere. Che altro pensare—non ero mai stato al cinema prima d’ora.

 
—acFrancis Ford Coppola, 1979
Dolor y gloria

Federico Fellini, Charlie Kaufman, Orson Welles, Ferzan Özpetek e ancora Fellini. Viene sempre fuori qualcosa di interessante quando un cineasta parla di sé e della sua professione raccogliendo passioni e ricordi in una scatola di latta. Di questo scomporre e ricomporre, del perdersi o ritrovarsi nella finzione trasformando persone in personaggi e aneddoti in storia, Dolor y gloria è la versione sgargiante nelle tinte e delicata nell’anima di Pedro Almodóvar.
Più forte sulla pagina che nelle immagini, ma illuminato dalla sorprendente e irsuta interpretazione di Antonio Banderas, è un film composto più di altri come fosse un corpo umano. Parti sane, altre dolenti, parti in movimento, alcune dimenticate e un cuore rosso porpora che ancora pulsa e in qualche modo vince. Tragicomica è un’esistenza, se è vissuta.

 
—acPedro Almodóvar, 2019