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note dal cinematografo

NOTE DAL CINEMATOGRAFO / Appunti scimmieschi attorno al cinema, i suoi posti.

High-Rise

‘Sometimes he found it difficult to believe in a future that had not already taken place.’
Sottile quanto la frase che lo introduce, si fa più imperscrutabile a ogni visione. Se avesse occhi sarebbero felini come quelli del suo lanoso e brillante autore.
Indossando i colori di una critica satirica alla società britannica e senza tradire lo spirito della sua fonte letteraria, High-Rise insinua una riflessione profonda, mai inattuale, sull’essere umano. Sulla sola creatura vivente priva di istinto e capace di adoperarsi con sorprendente ingegno alla propria estinzione.

 
—acBen Wheatley, 2015
Under the Skin

Under the Skin è un onice nero. La sua anima erotica e sinistra è schiva quanto fatale è la gravità che possiede. Il sentimento non è uno struggente abbandono, ma una presenza fisica e minacciosa come tutto ciò che ha corpo, forza ed è ignoto. C’è una lista variabile di libri e di film che chiunque abbia mai interagito con me—sia esso il viandante, l’accattone, il gendarme o il più sincero associato—mi ha sentito nominare almeno una volta. Under the Skin di Jonathan Glazer è uno di quei titoli.

 
—acJonathan Glazer, 2013
American Animals

American Animals comincia bene con una locandina estremamente arancione e attraente. Anzi, comincia ancora prima e meglio con un titolo attraente—e non tradisce.
Perfettamente a suo agio in una terra di mezzo narrativa quasi inesplorata, Bart Layton sfuma il confine tra documentario e rappresentazione riuscendo a fare vere star di quest’ultima, più che gli interpreti, i reali personaggi della vicenda.
American Animals è un lavoro d’autore che non pretende d’essere altro che un film di crimine e adrenalina per chi non volesse vederci di più. Per molti fortunati, sarà anche un grande punto interrogativo e un intelligente spunto di riflessione sulla nostra gioventù, i suoi sogni e le sue ambizioni—il nostro futuro.

 
—acBart Layton, 2018
The House that Jack Built

Guardare un film di Lars von Trier è come scoprire una stanza murata in una vecchia casa e trovare il passaggio per entrarvi. The House that Jack Built è di questi antri uno dei più minacciosi. Dentro è buio, c’è un odore di umido che non convince, anzi inquieta, ma fermarsi è impossibile. Muoviamo qualche passo pensando di retrocedere, invece avanziamo, ed è proprio quello che vogliamo. Spalanchiamo gli occhi incoraggiando le pupille a dilatarsi, ed è solo allora che cominciamo a vedere i bagliori e le ombre che in assenza di luce il nero mangiava.

 
—acLars von Trier, 2018
Loreak

Un mazzo di fiori per strada è uno dei simboli più struggenti del nostro immaginario. Lo vediamo, sappiamo subito cosa significa, e ci scopriamo per un attimo indifesi di fronte a una tristezza improvvisa, irrazionale, muta e profonda.
Quanto altro rivelano i fiori se invece che appoggiati a un muro o sull’asfalto sono su un tavolo, a un evento, tra le mani di un uomo che se ne prende cura o di una donna che li porta al viso chiudendo gli occhi, tenendoli aperti, guardando oltre.
Con le parole che i fiori dicono al posto nostro e usando le tinte della nebbia per raccontarne i colori, Loreak esplora incomprensioni, solitudine, affetti e il logorante umano ribellarsi all’oblio.
Perché il confine tra esistenza e memoria è un filo sottile, teso di una paura che non è solo quella di essere dimenticati, ma anche, soprattutto, quella di dimenticare.