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note dal cinematografo

NOTE DAL CINEMATOGRAFO / Appunti scimmieschi attorno al cinema, i suoi posti.

Spring Breakers

Non può sorprendere che Spring Breakers sia stato accusato di maschilismo da alcuni, razzismo dagli stessi, lodato quale icona di femminismo dai più estrosi. Si è detto e scritto che incoraggi la cultura dei soldi, della maria madre, e dello stupro—ma le uniche frenesie che sembra aver scatenato sono l’emotività dei critici più bigotti e la loquacità dei tanti Gesù al tempio.
Harmony Korine colora di albe fluorescenti una civiltà indifesa, alcolica per noia e tragicamente casta nonostante il suo costante ammiccare al sesso, che abbaia randagia perché è tutto ciò che può fare. E alimenta nel farlo la nostra coscienza, perché il mondo che ritrae non è poi così straniero come ipocritamente vorremmo pensare.
È nelle tre battute, tre volte sussurrate come un rosario all’inizio dell’atto finale, che sta l’intero film—Y’all want to do this, or what? / You’re scared, aren’t you? / Scaredy pants.

 
Girl

In un decennio—perché tanto sarà, nulla dura di più—in cui si leggono offesa e strumentalizzazione ovunque meno che dove stanno, ovvero nell’atteggiamento di chi per vantaggio, ottusità, paura o ipocrisia si scandalizza per la minima sciocchezza, Girl non poteva che accendere un interessante dibattito.
A destare una cagnara come il cinema sempre più raramente sa fare e a eccitare in modo diverso gli animi più sensibili e quelli più conformisti, è una storia che non racconta semplicemente l’incapacità di accettarsi, ma quella di riconoscersi di fronte a uno specchio. Un’insostenibile impossibilità che sposta progressivamente l’attenzione da un’ossessione a un’altra—quest’ultima più profonda, esistenziale, cupa ed estrema.
Quella con cui Lukas Dhont sorprendendo esordisce, è una meravigliosa vicenda di privato coraggio. Non è un manifesto, non giudica, e non vuole insegnare niente a nessuno—per quanto lo faccia nel migliore dei modi.
Laddove le comari hanno visto il ritratto sbagliato ed eccessivamente anatomico di una categoria, hanno visto giusto quello—una categoria. Ma Girl è altrove, è un film che unisce invece che dividere. E lo fa con gli occhi rossi di un padre, l’abbraccio di una guida severa ed esigente, il soffio di un bambino che prova a svegliarci. Nient’altro che il silenzio garbato della vita.

 
—acLukas Dhont, 2018
High Life

Ci sono film che più di altri paiono tendere oltre l’essere tali. Per quanti luoghi comuni si cerchi di fuggire, il linguaggio cinematografico ha i suoi schemi. Claire Denis li mette in crisi. La sua disinibizione creativa fa dell’immagine un corpo spoglio la cui cruda estetica è un incanto e un mistero. High Life dipinge con passione il panico esistenziale dell’uomo. E con tenera affezione, la sua piccolezza, il suo futuro.

 
—acClaire Denis, 2018
The Happy Prince

Spinto oltre che da un bizzarro e immotivato affetto nei confronti di Rupert Everett, dal desiderio di chiudere con coerenza una giornata come tante in cui ho fatto cose che non volevo fare, ho visto un film che non volevo vedere.
The Happy Prince è il bellissimo titolo di quello che temevo essere l’ennesimo dramma biografico su una persona morta o su una persona famosa. Mi sbagliavo.
Questo è il mio Oscar Wilde, sembra dire Rupert Everett a ogni battuta, con ogni inquadratura. Questo sono io, con gli occhi neri e gli angoli della bocca piegati in giù dal peso della vita. Scrollatosi di dosso la responsabilità e la boria del dramma mentitamente documentaristico, il suo principe è scaleno e fragile. E nella sua innamorata fiaba, è solo.
Se il vero Oscar Wilde è della terra e delle parole che scrisse, è proprio dalla profondità di queste ultime che Rupert Everett cerca un personaggio, la sua storia. Non nei vermi, come fanno i matti.
Voglio vedere nei film quello che non posso trovare altrove. Voglio vedervi l’autore, la grana della pellicola e soprattutto me stesso. Voglio vedere la verità nell’unico luogo in cui essa risieda—nella finzione.

 
Youth

Ci sono frasi, battute, dialoghi che per motivi non proprio ovvi mi colpiscono, me li porto via di nascosto, spesso accorgendome a distanza di anni. Sono un cleptomane. Tra i pezzi migliori della mia galleria illegale, sta una meravigliosa scena di Youth (che per me avrà sempre il titolo che stava scritto sulla sceneggiatura, Il futuro).
Nella piscina coperta di un albergo di lusso nelle Alpi svizzere, un bambino ringrazia Fred, musicista in pensione, per avergli corretto la posizione al violino. Jimmy, l’attore americano in ritiro creativo, è con loro. ‘Tu sei mancino, i mancini sono degli irregolari,’ risponde Fred al bambino, ‘e una posizione irregolare li aiuta.’
Il sudamericano obeso, che sappiamo essere stato il miglior calciatore della storia dell’uomo, si avvicina pachidermico avendo ascoltato non visto e si unisce candidamente alla conversazione. ‘Anche io sono mancino.’ Colti di sorpresa, il bambino, Fred e Jimmy lo guardano allibiti ed emozionati. Poi quest’ultimo rompe il silenzio. ‘Cristo, tutto il mondo sa che lei è mancino.’