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note dal cinematografo

NOTE DAL CINEMATOGRAFO / Appunti scimmieschi attorno al cinema, i suoi posti.

God’s Own Country

C’è più movimento nell’immobilità che nella frenesia. God’s Own Country tratteggia l’irrequietezza elettrica di un mondo perso nel tempo con passione e sensibilità impressionistica, facendo lentamente sbocciare un inizio quasi documentaristico in una magica pastorale e provocando empatia dove meno ci saremmo aspettati di provarla. Forse il finale ha le ali tarpate da soluzioni trite e una descrittività narrativa non necessaria, ma a quel punto il film ci ha già vinti. Ed è tardi per cambiare idea.

 
—acFrancis Lee, 2017
Foxtrot

Foxtrot sono tre film per tre protagonisti. Girati in luoghi diversi, si distinguono nella fotografia, nei colori, nei suoni—e nella regia. Da una parte elegante, ostentatamente virtuosa, minuziosamente meditata nei movimenti e nella continua ricerca di angoscianti simbolismi. Dall’altra onirica, pittorica, prevalentemente bidimensionale. E infine essenziale, elementare, ma soprattutto intima e discreta. Un occhio che scava cinico e crudele, uno che vede guerra, corruzione e meschinità umana con indulgenza, ironia, e lo stesso sguardo fiabesco di chi osserva, e uno dolce, privato, familiare.
Nelle parole dell’autore, la prima sequenza intende scioccare, la seconda ipnotizzare, la terza commuovere. Shock and shake, hypnotise and move. La sfida è vinta. Vinti sono i protagonisti, il cui fato è tragicamente scritto dagli eventi più banali—un nome scambiato, una lattina vuota, un cammello per strada—e vinti è quello che ci si sente durante il nero dei titoli di coda.
C’è però un aspetto di Foxtrot che mi lascia vagamente perplesso, se non proprio insoddisfatto. La trama è fin troppo perfetta. Tutto sembra trovare convenientemente il suo posto. La bravura di Samuel Maoz sia dietro la macchina da presa, che quella da scrivere, sembra farsi distrarre da un’attenzione ossessiva per il dettaglio, lasciando che la storia perda progressivamente consistenza.
Forse è una mia personale difficoltà con i cerchi che si chiudono. Forse devo questo limite alla mia incapacità a chiuderli. Poco importa. Avevo bisogno di vedere questo film. E la menzogna che mi abbia fatto bene, è già sulla bocca di tutti. Non resisto. Un’ultima nota prima di tacere. Per me il finale doveva essere ripreso completamente dalla camera sul mezzo militare. Oltre a essere inutilmente descrittivo, il campo lungo sdrammatizza e ridicolizza. Ma non escludo che anche questo sia parte dell’ironia di Maoz.

 
—acSamuel Maoz, 2017
Good Morning

Sarà perché sono uno snob di merda, ma l’uso di inquadrature rigide e ossessivamente ortogonali che ho trovato al limite dello stucchevole in film di Wes Anderson che pure amo come Moonrise Kingdom e in altri suoi titoli che mi hanno invece lasciato più scettico come Isle of Dogs e The Grand Budapest Hotel, mi è invece parso perfettamente congeniale alla narrativa e ai contenuti del magnifico Good Morning.
Ozu colora di tinte pastello due mondi a confronto, quello degli adulti e quello dei piccoli. Mentre i primi si dedicano diligentemente a conversazioni vacue accusandosi di sciocchezze, istupiditi e appiattiti dalle convenzioni, resi inetti e prevedibili dalle stesse e complicando le cose più semplici, i bimbi—due giovani attori fenomenali—si prendono gioco di loro con la maestria del prestigiatore, la spietatezza del boia e il candore della loro età. E lo fanno in un modo che noi, ugualmente adulti, potremmo sorprenderci a trovare sconcertante, ovvero prendendosi seriamente e prendendo seriamente i propri desideri.
Ecco, forse è questa la provocazione che con la leggerezza delle sue musiche Good Morning vuole farci arrivare. Ozu non ci dice quali siano i desideri dei suoi protagonisti come non conosce i nostri, ma ci fa riflettere sul loro peso, suggerendo che se c’è una verità che abbia senso inseguire, sta probabilmente da quelle parti.

 
—acYasujirō Ozu, 1959
In the Realm of the Senses

In questo mondo che teme d’essersi tanto globalizzato e che fa tutto perché non sia diversamente, il cinema giapponese è ancora spesso un mistero per il pubblico occidentale. Fortuna che sia così—che vivano culture diverse dalla nostra nelle ossa e nella carne, non solo nel colore della pelle e nella forma degli occhi. In the Realm of the Senses, traduzione libera per la distribuzione internazionale del meno evocativo ma estremamente più appropriato Ai no korīda (Corrida d’amore), sfida gli animi più progressisti e liberali facendoli sentire una provinciale brigata di quaccheri.
Con lo stesso impeccabile istinto cinematografico degli artisti della generazione che duramente critica, Ōshima ci invita scena dopo scena, riuscendoci, ad abbandonare ogni aspettativa e ogni pregiudizio, portandoci in un luogo che ingenuamente pensavamo di conoscere e poter giudicare. Là dove la provocazione è ridicolizzata dalla seduzione al punto da esserne totalmente eclissata—dove ciò che è scabroso diventa romantico e ciò che è indecente, puro. Osservò una volta Godard, che quando qualcuno viene esiliato dal proprio paese è perché c’è in lui qualcosa di buono. In questo senso, se vogliamo, la censura che per decenni ha comprensibilmente ostacolato Ai no korīda emarginandolo dal mondo dell’arte e del cinema cui appartiene, è proprio l’atto di ignoranza che dal primo cenno ne ha sancito il valore.

 
—acNagisa Ōshima, 1976
The Favourite

Al solido corpo di lavoro di Yorgos Lanthimos si aggiunge una variante in tanti modi uterina che vince, a parer mio, l’ambiziosa scommessa di scamolare un genere tanto classico quanto quello del dramma in costume.
The Favourite rilegge la maturità della Regina Anna mettendo ai pochi dettagli storici di fondo le tragicomiche ali dell’intrigo, del potere, dell’invidia, della solitudine, della disperazione, dell’autolesionismo e della ricerca di salvezza, senza tradire quel vago nichilismo—questa volta in una forma molto più discreta e digesta—che sin dalla sua ardita opera prima divide dei critici parole e stomaci.
Più assurdista che assurdo come i suoi precedenti, The Favourite è una storia di ribellione e di battaglie comunque perse, comunque combattute—al fronte, di palazzo, personali o interiori. E non ci si lasci inebriare dal profumo di legno antico e cera, né distrarre dalla regale battuta che tutti ricorderanno—‘I like when she puts her tongue in me.’—perché l’audacia di The Favourite trascende la sua sguaiata apparenza. Si rifletta piuttosto sull’ultima scena, che secondo consolidata predilezione dell’autore greco e meravigliosa sintesi metaforica, riassume in un’unica goffa immagine il film intero. E il suo raffinato messaggio.

 
—acYorgos Lanthimos, 2018