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note dal cinematografo

NOTE DAL CINEMATOGRAFO / Appunti scimmieschi attorno al cinema, i suoi posti.

Roma

Scivolando fuori dalla sala ancora nera, mi imbatto nella locandina di Roma, appena visto, e realizzo di non essermi mai fermato a guardarla. Del suo contenuto non avevo registrato altro che il colore, grigio. Vedendola meglio ora, la travolgente immagine di una composizione quasi scultorea da una scena del film, non ho potuto fare a meno di notare su di essa, delle tante giuste fregnacce, proprio la più immonda—the best picture of the year.
Insopportabili e scoraggianti sono le locandine che come sirene già cantano classici o film dell’anno film che manco sono usciti in sala, penso proseguendo, ma qualche passo oltre, sgambettando per le dorate calle di Soho, già ci ripenso—e sorridendo sotto la sciarpa o poco sopra riconosco che l’altrimenti stucchevole spacconata da marketing non è, per una volta, del tutto fuori luogo. Roma è un indimenticabile incanto argentato che rapisce, commuove, e diverte. Dopo maghi e astronauti, era tempo che Cuarón tornasse a qualcosa di più intimo mostrando un cuore cinematografico e una maturità artistica che per qualche anno erano stati vagamente sottomessi a lavori più convenzionali. Sì, incluso Gravity.
Quanto alla divertente citazione film-within-a-film di Marooned di John Sturges, ammetto che il delizioso e autoironico omaggio abbia toccato anche me—e fatto riaffiorare piacevoli ricordi personali.

 
—acAlfonso Cuarón, 2018
Le Mépris

Questo è il film della sconfitta. È il film che mi fa sentire il peso delle braccia lungo i fianchi anche se sono in grembo sulle gambe incrociate. Ma non è sconforto, non potrebbe esserlo. E se sono lacrime, sono di assoluto incanto.
Mentre Fritz Lang nei panni di sé stesso regista e Michel Piccoli sceneggiatore discutono di Ulisse, Godard racconta con l’ironia del genio e la severità della bellezza di un ritorno impossibile, di un confine oltrepassato per sempre. C’est la vie, come ci ricorda spesso la fragile musa con la voce e il corpo di Brigitte Bardot convincendo tutti meno che sé stessa.
Quanto a me, Le mépris non segna affatto una fine, giusto l’opposto. Perché si inganna come può solo chi ha senno, chi pensa che disperazione e speranza siano due sentimenti diversi. E mentre ripenso a quella frase di John Berger di cui per tanto tempo non seppi che fare—‘Ciò che rimane delle nostre speranze è una lunga disperazione che le farà rinascere’—spengo la luce e innamorato mi dico, così sarà!

 
—acJean-Luc Godard, 1963
Dogman

Esco di sala scosso, quasi tremo. Affondo gobbo e scomodo su una poltroncina di velluto del bar. Non è un prosaico lirismo. Sono turbato per davvero, ma non so se sia evidente. Un gentiluomo si siede al mio tavolo e ordina un bicchiere di whisky. Potrei chiedere a lui, ma lo lascio al suo libro e alla invidiata solitudine dei miopi. Forse è il tumulto del mio recente stato d’animo, forse è troppa caffeina, forse un calo di zuccheri—in effetti ho fame—oppure è proprio il cinema. Già, così pare o mi piace pensare che sia. Matteo Garrone mi ha preso ha cazzotti. Non mi viene in mente altro da dire che questo. Vado a leccarmi le ferite. Anzi, vado a lavarle, ma con il disinfettante che brucia di più perché devo assolutamente accorgermene. Marcello Fonte, Edoardo Pesce. Dogman, con una lettera blu e una rossa alternate.

 
—acMatteo Garrone, 2018
La terra dell’abbastanza

Mi sento sempre un alieno quando mi ficcano in mezzo a questi siparietti così intensamente italiani. La mia provenienza si manifesta senza veli, ma nemmeno ostentazione, nostalgia o campanilismo. Ritrovarsi a mangiare palle unte con le mani annuendo a chi di turno, sputazzando, dirà che lui arancini migliori li trova al negozietto raccomandato dall’amico del cognato—ovvero un buco tricolore con il poster sbiadito di Rocky Marciano appeso al muro, la foto autografata di Marco Pantani o la sciarpetta polverosa di qualche squadra di calcio—non è mai la prospettiva che più mi attrae. Come non mi appartiene quel tipico volersi sentire immigrati fuggiti per necessità da una terra dove tutto è meglio e di tutto il resto ci si lamenta.
Riconosco nondimeno che le ragioni del malanimo con cui entro furioso al Regent Street Cinema per la proiezione organizzata da un’associazione che promuove il cinema italiano a Londra, siano un mestruo delirio motivato unicamente dall’ora, dalla corsa che ho fatto per arrivare in ritardo, e da una giornata tanto dimenticabile quanto difficile da scrollarsi di dosso.
Avvistatomi dal lato opposto del foyer, la mia controparte mi saluta sventolando i biglietti—e quando alla falcata da mediano con cui gli vado incontro ridacchiando commenta, la prossima volta ti dico che inizia mezz’ora prima come faccio con Caterina, mi sento subito a mio agio. Per fare ammenda del precedente pensare stronzo, reco il culo al mio sedile senza ulteriore indugio e senza contestare il paragone con questa misteriosa Caterina—la dea protettrice dei ritardatari.
La sala è meravigliosa. Pur frequentando la palestra dell’Università di Westminster nello scantinato dello stesso complesso in cui alloggia il teatro, non vi ero mai stato prima d’ora. Il velluto avocado, decadentemente elegante e gloriosamente art déco, mi ricorda i sanitari di casa che non sono riuscito a salvare dalla mano risoluta del recente rimodernamento. Come approfondirò a fine serata sulla via di casa, è un cinematografo storico. Aperto nel 1848, ospitò nel 1896 la prima proiezione del Regno Unito—un corto dei fratelli Lumière. Incantato dalla bellezza del luogo, mi arrampico senza corde o imbragatura sulle pendenze alpine della sua platea e raggiungo i posti che Caterina, tutt’altro che dea e per niente ritardataria, ci ha gentilmente tenuto.
Finalmente comodo, cerco di non ascoltare l’introduzione al film per arrivarvi immacolato. Approfitto con scaltrezza della loquacità di Caterina per girare altrove naso e orecchie, ma quando l’occhio mi cade sui suoi denti arancioni di nicotina preferisco concentrarmi sul cellulare, dove non sapendo cos’altro fare comincio a scrivere questa stessa nota.
Mentre mi perdo in lunghe frasi che non avrò tempo e voglia di rivedere, l’oratrice si congeda, le luci si abbassano e un lento jazz si fa Caronte nel portarci verso la sponda esterna del grande raccordo anulare. La terra dell’abbastanza dei fratelli D’Innocenzo, ha la sfortuna di arrivare in coda a decine di film simili, alcuni dei quali sono riuscito a vedere, alcuni dei quali ho trovato molto belli—ma colpisce per la maturità con cui tratteggia tutti i personaggi senza mai cedere al gioco della violenza da graphic novel o alla stucchevolezza dei dialoghi da scarso western.
La terra dell’abbastanza è un film che mette a nudo con l’ironia del realismo le sue anime tormentate amando i suoi codardi come i suoi eroi—mostrando leoni e leonesse senza pelo. Questo, almeno, è quello che ho pensato ritornando alla luce del foyer. Magari domani lo riterrò un commento sciocco, ma mi piace registrarlo così come s’è formato sulle immagini ancora vivide nella mente.
E mentre guardo gli altri ingoiare arancini e bere vino durante il tanto anticipato e temuto rinfresco, il riferimento a Quasimodo fatto nell’introduzione che non ho ascoltato comincia ad acquistare senso.
‘Ognuno sta solo sul cuor della terra trafitto da un raggio di sole, ed è subito sera.’

 
Once Upon a Time in Anatolia

Il Close-Up al 97 della sinistra Sclater Street è una gemma in una città che ha i più bei cinematografi del mondo. Rivedervi Once Upon a Time in Anatolia di Nuri Bilge Ceylan è stato un privilegio, e così vagare per East London incapace di sentirmi stanco nell’incanto notturno di Bethnal Green Road, Brick Lane, Great Eastern Street. Il buio è come la neve. Che bella l’estate di ottobre in città. Che bella Shoreditch ancora densa e viva, ancora di più. Eppure com’è cambiata. E com’è cambiata Old Street, brutta come sempre, ma in un modo diverso, più generico e inumano. Chissà se c’è ancora il pool, e che fine hanno fatto i malicristi che dieci anni fa vi bighellonavano con intento. A cominciare da me.

 
—acNuri Bilge Ceylan, 2011