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note dal cinematografo

NOTE DAL CINEMATOGRAFO / Appunti scimmieschi attorno al cinema, i suoi posti.

Gianni e le donne

Gianni e le donne, e soprattutto se stesso, Gianni Di Gregorio, autore, interprete e personaggio. Un film visto per caso dietro sottotitoli invadenti, screanzati, inopportuni. Gianni è un signore, come gli dicono spesso gli amici, osservatori sinceri occasionalmente paraculo. Così è il cinema di cui si scrive protagonista—discreto, riservato, antiquatamente urbano e per questo, a suo modo, ammaliante. Che bello scoprire, in questo mercato all’ingrosso e all’ingrasso di pulci, cianfrusaglie e sole, penne come quella di Di Gregorio. Che belle le storie che non vanno da nessuna parte, perché già stanno dove vogliono arrivare—dove comodi o a disagio ci troviamo noi tutti.

 
The Exorcist

Non tengo l’età. Una bambina incipriata che sputa gucamole non riesce a impressionarmi. Non può impressionare chi come me ha più di quindici anni e beve vino, seppure poco. Come tanti classici di genere, non avevo mai visto The Exorcist. L’ho visto ora, purtroppo in piccolo. William Friedkin è un cineasta formidabile, esperto e scorretto, letteralmente machiavellico. Un miracoloso e provvidenziale stronzo della settima arte. Gli aneddoti e le infinite controversie sul suo spietato modo di lavorare, già al limite dell’accettabile nel decennio ribelle, sono tra le pagine più intriganti nella storia del cinema americano. Quasi mezzo secolo dopo, The Exorcist resta un film molto decente, illuminato tra i tanti pregi da un casting perfetto che ha avuto l’intuizione di preferire Jason Miller a Jack Nicholson e Marlon Brando per il ruolo di padre Karras. Ma è un film prigioniero dell’età del suo pubblico, superata la quale si manifesta posseduto da niente altro che da un demonio à la Scooby-Doo, più carnascialesco che satanico, più nostalgico che inquietante.

 
—acWilliam Friedkin, 1973
Jojo Rabbit

Jojo Rabbit è un oggetto strano e sospetto come il suo faceto titolo. Sembra un film per bambini, ma non lo è affatto, e non è per adulti. Il linguaggio di Taika Waititi è un pasticcio in cerca d’autore che corteggiando Charlie Chaplin, Wes Anderson e Roberto Benigni alterna una comicità un po’ datata, un po’ da prete, talvolta divertente, a momenti inaspettatamente romantici, altri stucchevoli, altri ancora davvero toccanti.
Per tutto quello che non è, per l’indefinibile senso di sbagliato che gli dà colore, Jojo Rabbit è un film a modo suo intelligente che dipinge un interrogativo sul volto perplesso di chi l’ha visto—mi è piaciuto?—e chiude in grande, recuperando la formidabile versione in tedesco di Hero, David Bowie, e affidando la propria candida anima ai versi di Rainer Maria Rilke.
‘Lascia che tutto ti accada, bellezza e terrore. Devi solo andare avanti. Nessun sentire è mai l’ultimo.’

 
—acTaika Waititi, 2019
Laputa

Giovedì pomeriggio, atteso come ogni settimana, la sala era buia. Quando Charles entrò, eravamo già tutti seduti. Bianco, molleggiato e occhialuto prese posto nella sedia scomoda di fianco alla prima fila e senza alcuna premessa fece partire il film.
La sequenza di apertura di Laputa arresta il cuore, leva letteralmente in respiro. Quante volte l'ho rivista da allora, tante ho rivissuto lo stesso palpito. Miyazaki riesce a portare nei primi minuti l’intensità climatica di un ultimo atto. La bellezza di una scena può esistere oltre il verbo e la conoscenza. Il suo valore drammatico ed empatico oltre il costrutto narrativo, oltre una storia di cui ancora non si sa nulla.
Da un’aeronave che fa puì puì puì puì puì una bambina scivola nel vuoto, cade dal cielo, nelle nuvole sviene, nella notte scompare.

 
—acHayao Miyazaki, 1986
Uncut Gems

Non l’amore, la passione, le ambizioni, la sofferenza. Meno di tutto quella fisica. Sfiga e ingiustizia sono le cose che più di qualsiasi altra muovono empatia, e allo stesso tempo quelle che una storia meglio riesce a raccontare facendole percepire anche oltre il paradosso. Dovesse capitarci di conoscere un Howard Ratner avremmo presto nei suoi confronti gli stessi sentimenti di sua moglie o gli stessi pruriti del canino Phil. Ma nelle due ore febbrili, pericolosamente elettriche di Uncut Jems, nostre sono la sua ansia, la sua rabbia, la sua apnea.
Per ragioni perse nel mio nebbioso recente, mi ero convinto che fosse una raccolta dei migliori momenti di stand-up comedy di Adam Sandler. Non avrei potuto essere più fuori strada. Uncut Jems è un film, l’ultimo funambolismo dei fratelli Safdie, e non è una commedia, ma un thriller. Dopo Good Time, un altro vorticoso lavoro che soffia vento fresco nelle flosce vele di un genere da tempo stagnante in cliché vecchi di almeno trent’anni. Alla faccia muffa del mio scarso interesse per i film di genere, il piacere e la sorpresa di un film visto per puro caso.

 
—acJosh & Benny Safdie, 2019