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note dal cinematografo

NOTE DAL CINEMATOGRAFO / Appunti scimmieschi attorno al cinema, i suoi posti.

The Lighthouse

La scelta dell’aspect ratio è tutt’altro che tecnica, è un momento estetico e narrativo dei più significativi. Guardando The Lighthouse non posso fare a meno di essere costantemente cosciente delle proporzioni innaturali dell’immagine. La sua forma quasi quadrata è un disagio che allontana fisicamente dal tempo e dal luogo, dando la vivida e claustrofobica sensazione di seguire la storia dal mirino di una macchina fotografica al magnesio—o di guardare all’interno del cappello di un mago e non trovarci un coniglio, ma tentacoli, gabbiani, rum e sirene.

 
—acRobert Eggers, 2019
Little Women

È un indescrivibile sollievo che Little Women sia meglio del suo primo zuccherino atto, della tragica convenzionalità della musica che l’accompagna e della patinata fotografia che lo racconta.
Piuttosto che adattare il testo originale, Greta Gerwig sembra comporre le sue memorie di lettrice abbandonandosi al piacere creativo di confondere i suoi panni di autrice, di donna, di autrice donna con quelli di Luisa May Alcott e della sua meravigliosa eroina, aspirante scrittrice, Jo March. La sua versione prende forma in retrospettiva, sacrificando con coraggio e bravura la narrazione cronologica a favore di un viaggio emotivo tra attimi sparsi di passioni silenziose e romantico realismo.
Una giostra in costume che non incanta me particolarmente, ma che è senz’altro più vivace e contemporanea di quello che potrebbe indurre sbrigativamente a pensare.

 
—acGreta Gerwig, 2019
Marriage Story

Forse le canzoni. Specialmente quella cantata dalle cavernose corde di Adam Driver. Trovo che una canzone cantata male sia una canzone triste, un momento umano allarmante nella finzione come nella realtà.
Per il resto, Marriage Story è un film onesto e penetrante che riporta il cinema in luoghi frequentati sempre più di rado. Superbamente scritto e interpretato, sembra dar corpo in ogni suo passaggio a quello che Cocteau ci ricorda aver detto Pierre Reverdy—che l’amore non esiste, ma esistono solo prove d’amore.
Noah Baumbach riesce a intrattenere con due ore di cose normali puntando la macchina da presa dritta in faccia al pubblico e facendo dell’ordinario una sorpresa.
Marriage Story ci entra in casa ad ascoltare e rubarci le nostre giuste ragioni, le nostre scuse meschine, il nostro ditruttivo non ascoltarsi. È uno spettacolo doloroso e spietato che ci mette a confronto come meglio di tutte può l’arte drammatica con quello da cui spesso, proprio nel buio di una sala o in un cantuccio caldo di fronte a uno schermo, cerchiamo di fuggire. Non quelle del mondo e delle sue storie, ma le nostre immense e comunissime tragedie, il nostro modo di amare così sincero e meschino, così caotico, volubile e meravigliosamente umano.

 
—acNoah Baumbach, 2019
The Irishman

La sua risata esplosiva, inconfondibile, echeggia energica in ogni scena, la riempie di vita, passione, ironia e leggerezza. Raging Bull, Goodfellas, Casino, The Wolf of Wall Street. Martin Scorsese è evidentemente attratto da storie di ascese vertiginose, uomini laboriosi che indossano completi bislacchi e drammatici declini. Ma come nei suoi precedenti, ciò che rende The Irishman tanto avvincente non sono la cronaca, l’oro corrotto, il sangue sui muri, ma il pane mangiato con le mani, con il vino, la complessa intimità dei rapporti umani e la paura nera negli occhi fermi. Il nuovo lavoro di un regista come Scorsese, accigliato sopravvissuto dell’ultima arte, la più fragile, instabile e mutevole, è ancora un evento che scuote dall’assuefazione all’ordinario. Forse The Irishman non lascerà la stessa cicatrice di altri suoi capolavori, ma l’attesa che la decennale gestazione aveva generato, l’essere sempre stato sull’orlo di non vedere mai la luce o non vedere quella del proiettore, non poteva essere onorata nella maniera più entusiasmante.

 
—acMartin Scorsese, 2019
1917

Non è esattamente il tipo di film che più mi interessa, ma avevo letto un articolo del Times questa estate sul materiale che ha mosso il progetto e l’avevo trovato affascinante. Così eccomi scendere nel familiare cemento del Curzon Bloomsbury e raggiungere l’elegante sala Renoir per vedere, ricorda retoricamente la brutta locandina, l’ultimo film del regista di Skyfall. Ma anche, ricordo meglio io, di American Beauty e della meravigliosa rilettura cinematografica di Revolutionary Road, Richard Yates.
Cominciando con tinte da acquerello, appisolato su un campo che potrebbe essere di colze—secondo la stima di chi non distingue un’ortensia da un girasole—1917 elabora i racconti frammentari del nonno di Sam Mendes, che da giovane ufficiale trinidade combatté volontario la prima guerra mondiale con la divisa britannica. Accompagnato da una musica perfetta che detta il passo delle immagini e la frequenza cardiaca di chi guarda, il primo quarto d’ora del film è subito entusiasmante. Ma il lungo piano sequenza che terminerà coi titoli di coda (il film è girato non pionieristicamente, ma con bravura, come se fosse un’unica ripresa) perde di energia appena fuori dalle trincee. Là comincia lo spettacolo d’azione e di guerra più convenzionale. Di ratti, mutilazioni, inumanità e convenienti colpi di scena. Di nuovo la storia di un salvataggio impossibile e di un eroe improbabile. Di nuovo gli sfarzi di una produzione che ha più muscoli che anima. In linea con il pallore creativo di questi anni, un altro esercizio poco consistente a rifare invariatamente quello che, meglio o peggio, molti altri hanno già fatto.

 
—acSam Mendes, 2019