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note dal cinematografo

NOTE DAL CINEMATOGRAFO / Appunti scimmieschi attorno al cinema, i suoi posti.

Aspromonte, la terra degli ultimi

Evocativo e suicida, da documentario di vecchio stampo conciliante al sonno quanto un intervallo televisivo e con gli stessi contenuti, Aspromonte, la terra degli ultimi non è proprio un titolo che da sé raduni le folle al botteghino. Decisamente migliore è il film, anche se lo slancio delle prime scene—un volo mozzafiato sulle meravigliose, eponime alture e la disperata processione giù per le mulattiere, scalzi e sporchi a reclamare un dottore per il paese—lentamente si spegne, disillude e disattende.
L’eccessiva ricerca di una trama uccide i personaggi tarpandone lo sviluppo, negando loro un arco. Le buone interpretazioni poco possono su una sceneggiatura empaticamente frigida che non concede respiro ai ruoli. Chi sembra essere protagonista non lo diventa mai, ma nemmeno può dirsi una storia corale, dove protagonisti sarebbero tutti. Così i momenti toccanti, che sono molti, ma non lo sono davvero, non quanto avrebbero potuto.
Il merito di Mimmo Calopresti, se poco convincenti sono quello narrativo e drammatico, resta tuttavia nell’aver raccontato tra cronaca e favola un mondo raramente ricordato dal cinema, che pur romanzato in modo incerto e barzotto non fatica a destare nostalgia, affetto e la coscienza che vicende simili siano in fondo più attuali dei costumi che qui indossano.

 
—acMimmo Calopresti, 2019
Zama

In piedi sulla sabbia, meravigliosamente di profilo a contemplare il mare piatto, assorto nella lenta e remissiva presa di coscienza dei propri limiti di burocrate, uomo, padre, puttaniere—e dell’assurdità della tronfia cultura che rappresenta per necessità e mestiere, nello sconcerto più irreversibile. Don Diego de Zama. Il vigoroso corregidor, il giudice retto e risoluto. Colui che ha portato la pace tra gli Indiani e fatto giustizia senza sguainare la spada. Ma anche l’uomo disperato, perso e lontano, consumato dall’atroce solitudine di un dio nato vecchio che non può morire.
Lucrecia Martel esplora ancora una volta l’intimità di una creatura alienata, il suo dialogo spezzato con un mondo cui appartiene, ma che non è più suo—e lo fa con una sensibilità non comune, lasciandoci uno dei più bei film di questo tempo.

 
—acLucrecia Martel, 2017
Monos

Vivono nel fango sopra le nuvole. Scenderanno al fiume urlando. Si nasconderanno nella foresta a continuare la lotta, i fuochi e la danza.
I primi minuti di Monos sono un tuffo sordo e violento nel cuore. Il resto del film è esilarante quanto la musica che gli da forma, la miracolosa colonna sonora di Mica Levi.
È una storia senza luogo di facce aperte coperte di terra, di sguardi profondi e pupille nere piene di coraggio, credo e innocenza. Di quei pochi che resistono al fetore di belzebù suino e riescono a guardarlo negli occhi senza scacciare le mosche.

 
—acAlejandro Landes, 2019
Joker

Joker corrompe la mia riluttanza con un biglietto gratuito e vince ridendo come un pazzo che come un uomo prende calci e fa il pagliaccio. Joker salva la miseria di Hollywood senza scappare da nessuna parte. Non dice niente, inventa meno, eppure è nuovo, più vero di un circo e istericamente attraente fotogramma dopo fotogramma. La legge divina del marchio tira comunque il suo cappio allestendo maldestra la condanna a un seguito. Questo cinema è un inganno grasso, un trucco bianco dietro il quale di certo non sta la promessa di un cambiamento. Ma per due ore si sogna, e per due ore anche questo è un peccato veniale che si lascia passare.

 
—acTodd Phillips, 2019
The King

L’eredità di Shakespeare è straordinaria come la sua immensa opera. Non stupisce che il cinema non si arrenda e ancora ceda alla tentazione di portarla fuori dai teatri, nel fango dei prati, lo sterco dei porci, tra i sassi e la cera delle chiese, delle torri e dei bordelli.
Di questa tradizione un servo modesto, il fosco re di David Michôd annacqua il vigore della tetralogia da cui attinge, ma scrive alcune brillanti battute che senza ambire a molto tutto sommato restano.
Lo spettinato delfino di Francia al giovane, fervido Henry V of England: ‘Please! Please, speak English. I enjoy to speak English. It is simple, and ugly.’

 
—acDavid Michôd, 2019